Immaginate la scena: siamo nel 2025, e il 50%-60% (circa) delle comunicazioni in azienda viaggia su binari digitali. Email, chat, messaggistica istantanea. Addio alle sfumature colte al volo durante la pausa caffè, addio all’occhiolino complice sopra lo schermo del PC, addio al sospiro esasperato che fa capire più di mille parole. Benvenuti nell’era della comunicazione scritta, dove un “Ok” può significare “Ho capito e sono d’accordo” oppure “Ti detesto con ogni fibra del mio essere, spero che un piccione ti caghi in testa, ma devo rispondere”.

Quando parliamo faccia a faccia, siamo veri e propri maestri Jedi della comunicazione. Decifriamo il linguaggio del corpo (il non verbale) e come le parole vengono dette – tono, volume, ritmo (il paraverbale) – con una naturalezza sorprendente. Capiamo subito l’ironia, percepiamo l’entusiasmo, intuiamo l’incertezza. E dopo Lie to Me, siamo tutti diventati esperti nel cogliere se qualcuno ci sta mentendo o ci dice la verità. Ma poi arriva la chat aziendale e… puff! Tutto svanisce nel cyberspazio. Resta solo il testo, nudo e crudo. E qui iniziano i guai.

Piccola parentesi: all’inizio della mia relazione con Giulio, quando dovevo verificare la veridicità delle sue “confessioni”, stupidamente, e senza alcuna base scientifica, se sbatteva le palpebre ero certa che fosse un uomo morto. Ma è risorto più volte di Cristo stesso!

Il Grande Malinteso Digitale: Quando “Non ti preoccupare” Fa Paura

Prendiamo una frase apparentemente innocua: “Non ti preoccupare…”. Detta con un sorriso e una pacca sulla spalla, è rassicurante. Scritta così, senza alcun contesto emotivo, può suonare minacciosa. Come un “Non ti preoccupare… per ora”. Aggiungiamo una faccina ammiccante – “Non ti preoccupare 😉” – e improvvisamente diventa un messaggio alla “Stai tranquilla zia, ci penso io”.

Certo, poi ci sono i casi limite. Come mio marito, Giulio. Un programmatore (ah no, eh eh, scusate… Software Developer). Zen. Anni di meditazione, mindfulness, respirazione consapevole (se è zen è merito mio). Ma quando Giulio, con la sua calma serafica, mi scrive “No te preoccupa”, ecco, io… inizio a sudare freddo. Anni di tecniche di gestione dello stress vanno a farsi benedire. Perché nel linguaggio segreto dei programmatori (o forse solo nella mia testa?), “No te preoccupa” è il codice rosso per “Preparati al peggio, qualcosa sta per esplodere”. Morale della favola? Mai fidarsi di un programmatore che ti dice di non preoccuparti. Meglio iniziare a prendere le misure per la bara.

Emoticon vs. Emoji: Una Questione di Stile (e Generazione?)

Questo ci porta dritti al punto: come diavolo facciamo a riportare un po’ di quel calore umano, di quelle sfumature perdute, nella comunicazione scritta? La risposta più ovvia sembra essere: con le faccine! Ma qui sorge un dubbio amletico (o quasi): si dice emoticon o emoji?

Facciamo chiarezza:

  • Emoticon: Le “nonne” delle faccine, create usando i caratteri della tastiera. Roba da boomer digitali (con affetto!), tipo :) ;) D: :-P.
  • Emoji: Le pittografie moderne, le immagini colorate che troviamo su smartphone e app 😊👍🎉😂🍕.

Entrambe servono a dare un colore emotivo al testo, funzionando un po’ come le nostre espressioni facciali o il tono di voce. Ma attenzione: nel contesto professionale, l’uso è un campo minato. Se con i colleghi “scafati” un 👍 o un 😂 possono oliare gli ingranaggi della comunicazione, mandare una pioggia di cuoricini 💕 al CEO pomposo o al cliente istituzionale potrebbe non essere la mossa più strategica della vostra carriera. Il contesto e il destinatario sono tutto.

Il Kit di Sopravvivenza Paraverbale per Scrittori Digitali

Se le emoji non sono sempre la soluzione, cosa ci resta? Dobbiamo diventare artigiani della parola scritta, usando gli strumenti a nostra disposizione per simulare, almeno in parte, ciò che si perde. Ecco il nostro “kit paraverbale” da tastiera:

  • La Punteggiatura Magica: Non sottovalutatela! Un punto esclamativo (!) può trasmettere entusiasmo o urgenza, come alzare la voce. I puntini di sospensione (…) suggeriscono esitazione, una pausa nel discorso. Persino le virgole (,) ben piazzate danno ritmo alla frase, proprio come il respiro nel parlato. E se in un messaggio metto un !, Giulio sa che ha due opzioni: muoversi o essere un uomo morto. A proposito, se tra voi c’è qualche programmatore, aiutatemi a capire: vi costruiscono lenti in fabbrica o è solo il mio che è difettato?
  • Formattazione Strategica: Il grassetto attira l’attenzione su una parola chiave, come enfatizzarla a voce. Il corsivo dà un’enfasi più sottile, un cambio di tono leggero. Il TUTTO MAIUSCOLO… beh, equivale a URLARE. Usatelo con estrema parsimonia, o sembrerete solo aggressivi.
  • La Scelta delle Parole (Dillo Bene!): Le parole sono pietre. O piume. Usare “sforzarsi” invece di “provare” suona più formale. Dire “prevediamo un leggero ritardo” è meglio di “il progetto è in ritardo” (anche se la sostanza non cambia, la percezione sì). Frasi come “Capisco quanto possa essere complicato/tosto/difficile” trasmettono empatia, dove un tono fattuale risulterebbe freddo.
  • Ritmo e Struttura: Frasi brevi e concise possono dare un senso di urgenza o chiarezza. Frasi più lunghe e articolate suggeriscono riflessione. Alternare la struttura mantiene viva l’attenzione. Anche le interruzioni di paragrafo creano pause visive, dando respiro al testo e al lettore.

Quando l’Assenza di Emoji Scatenò la Guerra (Adolescenziale, a Vent’anni Suonati)

A proposito di comunicazione scritta e fraintendimenti. Agli albori della mia storia con Giulio, abbiamo avuto litigate degne di due adolescenti in piena crisi ormonale (21 e 24 anni). Il motivo? Io non usavo le emoji. O le emoticon. Niente. Zero.

Premessa: ero sotto esami universitari, quindi diciamo che il mio umore di base non era propriamente “soffice agnellino”. Aggiungiamo che consideravo le faccine roba infantile, poco seria. Stavo studiando comunicazione. Diamine! Peccato che, tra la teoria e la pratica, ci fosse di mezzo un fidanzato (programmatore, ricordate?) che interpretava i miei messaggi telegrafici e privi di qualsiasi orpello emotivo come pura e semplice ostilità. Ogni mio “Ok.” era una dichiarazione di guerra. Ogni “Ci sentiamo dopo” un preludio alla rottura. Ci sono voluti tempo, discussioni (e forse qualche esame passato) per capire che, nel mondo digitale, un po’ di “colore” scritto non è infantilismo, ma una necessità per non sembrare costantemente arrabbiati o, peggio, passivo-aggressivi. Ironia della sorte: studiavo comunicazione e fallivo miseramente nel comunicare via messaggio.

Conclusione: Scrittori Empatici Cercasi

La verità è che scrivere bene in azienda oggi non significa solo essere chiari e concisi. Significa anche essere empatici. Significa provare a mettersi nei panni di chi legge, immaginare come quel messaggio, privo del nostro sorriso o del nostro tono di voce, potrebbe essere interpretato.

Non esiste una formula magica, ma un uso consapevole degli strumenti che abbiamo – punteggiatura, formattazione, scelta delle parole, struttura e sì, anche le emoji usate con giudizio – può fare la differenza tra una comunicazione efficace e l’ennesimo malinteso digitale.

Quindi, la prossima volta che scrivete in chat o un’email, fate un respiro profondo e chiedetevi: come suonerebbe questa frase detta ad alta voce? E soprattutto: il mio interlocutore capirà che sono collaborativo, o penserà che sto affilando i coltelli? Nel dubbio, forse è meglio aggiungere quella faccina. Ma solo se non state scrivendo al CEO. 😉

About the author : Caterina Cambareri

Attivista dell’Identità | Mentore | Mindfulness Coach | Meditation Instructor | Mindset & Identity Specialist

Aiuto le persone a riscoprire chi sono davvero, eliminando blocchi e condizionamenti. Niente formule magiche, solo un lavoro profondo sull’identità, il mindset e la consapevolezza per trasformare la propria vita in modo autentico e duraturo.

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